Mobbing

 

Gli *Stronzi* di cui ci parla Lisa nel blog http://saluteorganizzativa.myblog.it/   portano al pensiero di uno dei fenomeni più complessi e allo stesso tempo paurosi della società che lavora : il Mobbing (articolo preso da http://www.intrage.it/rubriche/lavoro/mobbing/mobbing/index.shtml )

Cos’è il mobbing

Di mobbing è lecito parlarne solamente con lo svolgimento dell’attività lavorativa. Nell’ambito lavorativo, la parola mobbing assume il significato di pratica persecutoria o, più in generale, di violenza psicologica perpetrata dal datore di lavoro o da colleghi (mobber) nei confronti di un lavoratore (mobbizzato) per costringerlo alle dimissioni o comunque ad uscire dall’ambito lavorativo. Il mobbing è considerato dall’Inail malattia professionale. I motivi della persecuzione possono essere i più svariati.: invidia, razzismo, diversità religiosa o culturale rispetto al gruppo prevalente, carrierismo sfrenato, o semplice gusto nel far del male ad un altra persona.

Gli elementi identificativi del mobbing sono dunque:

  • la presenza di almeno due soggetti, il mobber (parte attiva) ed il mobbizzato (parte passiva), che entrano in contrasto tra di loro;
  • l’attività vessatoria continua e duratura;
  • lo scopo di isolare la vittima sul posto di lavoro e/o di allontanarla definitivamente o comunque di impedirle di esercitare un ruolo attivo sul lavoro.

Dall’analisi del fenomeno, soprattutto ad opera di Heinz Leymann, uno dei primi studiosi della materia, sono state individuate principalmente due tipologie: 

  • Il mobbing di tipo verticale è quello messo in atto da parte dei datori di lavoro verso i dipendenti per indurli a licenziarsi da soli, schivando così eventuali problemi di origine sindacale. Spesso si tratta di vere e proprie “strategie aziendali” per le quali è stato coniato il termine di Bossing; in tal caso sono i dirigenti dell’azienda ad agire.
  • Il mobbing di tipo orizzontale viene invece praticato dai colleghi di lavoro verso uno di loro per varie ragioni: per gelosia verso colleghi più capaci, per necessità di alleviare lo stress da lavoro oppure per trovare un capro espiatorio su cui far ricadere le disorganizzazioni lavorative

Di frequente, inoltre, al di là delle condotte apertamente vessatorie, la situazione di isolamento della vittima viene ulteriormente amplificata anche dai comportamenti dei c.d. “side mobbers”, cioè tutti quei soggetti (superiori gerarchici, direttori del personale, ma anche semplici compagni di lavoro) che, pur non essendo direttamente responsabili delle condotte “mobbizzanti”, scelgono, essendone venuti a conoscenza, di restare “spettatori silenziosi” delle persecuzioni a danno della vittima designata.

 

Le cause del mobbing

Le ricerche svolte negli ultimi anni hanno portato alla luce le cause scatenanti dell’ abuso psicologico perpetuato sul posto di lavoro vanno ben oltre le antipatie, le gelosie e le frustrazioni.

 

Guardando il fenomeno più in profondità si è evidenziato un legame causale con i problemi legati all’occupazione e al ridimensionamento dell’organico.

In particolare le ristrutturazioni delle aziende private e pubbliche, le fusioni tra società dello stesso settore generano forti conflittualità e competitività nell’ambiente di lavoro. Coloro che si trovano a svolgere le stesse mansioni entrano in conflitto fra loro fino all’eliminazione del più debole.

La stessa evoluzione delle competenze professionali è fattore scatenante di atteggiamenti vessatori, i lavoratori più anziani e meno aggiornati vengono indotti ad andarsene ed a lasciare il posto alle nuove giovani professionalità, spesso ciò può avvenire proprio attraverso il mobbing.

 

Lo scopo perseguito col mobbing è quello di eliminare una persona “scomoda“, sia perché più capace e geniale e dunque in grado di sovvertire la gerarchia aziendale o di eliminare i privilegi conquistati dagli altri lavoratori prima della sua venuta, sia più semplicemente perché esprimente opinioni ed abitudini diverse dal gruppo.

Tutto ciò viene perseguito distruggendo la persona psicologicamente e socialmente in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle dimissioni senza che si crei un caso sindacale.

 

Gli effetti del mobbing

Il mobbing innanzitutto ha conseguenze di portata enorme sulla persona direttamente soggetta agli abusi.
Gli effetti provocati si sviluppano secondo una gamma varia e sempre più grave man mano che le aggressioni proseguono nel tempo.
Sono così state individuate quattro fasi attraverso cui si sviluppano i danni:

Prima fase
All’inizio del conflitto e degli attacchi la vittima inizia a manifestare un certo malessere. Nei primi sei mesi appaiono i primi sintomi psicosomatici: incubi, insonnia, inappetenza, nausea, solitudine con ripiegamento su di sé.

 

Seconda fase
Si ha il passaggio dal mobbing al terrore psicologico.
Dai 15 ai 18 mesi si crea uno stato cronico di ansietà.
Dai 2 ai 4 anni dall’inizio del conflitto appaiono disturbi della personalità: depressione, fobie, pensieri ossessivi, che generano dipendenza da tranquillanti, che a loro volta provocano abulia ed assenza dal lavoro per malattia.

 

Terza fase
E’ questa la fase in cui del caso inizia ad occuparsi l’ufficio del personale, il quale si inserisce attivamente nella strategia di abusi sulla vittima, ritenendola responsabile di tale situazione.
Così, in questa atmosfera di prepotenze tollerate o sostenute dalla stessa azienda, il lavoratore si trova sempre più isolato: gli viene negato qualsiasi colloquio col personale delle risorse umane, viene calunniato, criticato fino alla distruzione di ogni fiducia in se stesso e delle sue referenze per impedirgli di trovare nuovi impieghi.

 

Quarta fase
Consolidate le manie ossessive la vittima può sviluppare malattie di vario genere sia nervose sia fisiche di lunga durata.
A livello psicologico può esplodere aggressività o contro di sé, fino al suicidio, sia verso la famiglia, compromettendo le basilari relazioni interpersonali.
Dal lato economico la vittima, lavorando meno e male, assentandosi continuamente per malattie, subisce perdite.
Il lavoratore viene poi, come estreme conseguenze, licenziato, messo in mobilità o in prepensionamento.

 

Le ricerche condotte all’estero hanno dimostrato che il mobbing può portare fino all’invalidità psicologica, e che quindi si può parlare anche di malattie professionali o di infortuni sul lavoro.
In Svezia un’indagine statistica ha dimostrato che tra il 10 e il 205 del totale dei suicidi in un anno hanno avuto come causa scatenante fenomeni di mobbing.

Le conseguenze del mobbing possono colpire la stessa azienda, la quale subisce la diminuzione della capacità lavorativa della vittima.
Questa lavora poco e male, produce meno, è costretta ad assentarsi costringendo la ditta a sostituirlo.
Lo stesso mobber causa problemi alla ditta: compie spesso sabotaggi, costringe la vittima stessa a sbagliare, comportando gravi danni.
Un altro possibile danno per l’impresa è quello alla propria immagine, nel caso in cui vengono divulgate notizie su atti discriminatori a danno dei dipendenti.
Da ultimo, nel caso in cui il mobbizzato subisce un danno permanente alla sua capacità lavorativa, accertato da perizie medico-legali, può citare in giudizio l’azienda stessa, la quale dovrà sostenere sia le spese legali sia quelle per il risarcimento.

 

I costi sociali della violenza psicologica sui luoghi di lavoro danneggiano lo stesso stato sociale.
Nel caso di degenerazione verso malattie professionali è la spesa della sanità pubblica a subirne il carico.
Inoltre, è stato rilevato che un lavoratore costretto alla pensione a soli 40 anni costa alla società ben 1 miliardo e 200 milioni di lire in più di uno pensionato all’età prevista.

Il mobbing in cifre
Nel nostro Paese i dati, secondo il monitoraggio effettuato dall’Ispesl (l’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro), che ha aperto un centro d’ascolto sul fenomeno, sono circa un milione e mezzo i lavoratori italiani vittime del mobbing su 21 milioni di occupati, è più presente al Nord (65%) colpisce maggiormente le donne(52%).
In ordine alla composizione, oltre il 70% lavora nella pubblica amministrazione. Sempre secondo l’Ispesl, il mobbing ha un costo molto elevato per il datore di lavoro: la produttività di un lavoratore cala infatti del 70%.

Le categorie più esposte risultano gli impiegati con il 79%; seguono i diplomati con il 52%; infine i laureati con il 24%.

Per quanto riguarda la durata delle azioni mobbizzanti: il 40% dei casi ha durata da un anno a due anni; il 30% dei casi oltre due anni; il 27% dei casi da sei mesi a un anno.

Da recenti studi sullo sviluppo del fenomeno emerge con sorpresa che, il mobbing colpisce anche gli operai. Non più quadri e dirigenti, bensì addetti alle mansioni più semplici. Sarebbero loro le vittime preferite degli abusi psicologici in azienda.

Nell’Unione europea le persone vittime di vessazioni sul posto di lavoro sono circa 12 milioni pari all’8% degli occupati. In testa alla classifica dei paesi dove più numerosi sono i casi di mobbing si pone l’Inghilterra con il 16,3%, segue poi la Svezia con il 10,2%, la Francia con il 9,9%, Irlanda al 9,4%, la Germania con il7,3%. L’Italia con il suo 4%, si pone al di sotto della media europea.

Cosa fa la legge

La sentenza che per prima ha accolto il termine mobbing nel lessico giurisprudenziale, è la pronuncia emessa dal Tribunale di Torino, Sez. Lav. I grado, datata 16XI/99.
Il caso esaminato dalla Corte Torinese riguarda una lavoratrice dipendente che aveva richiesto il risarcimento del danno biologico ( crisi depressiva ) subito a causa delle condizioni di lavoro gravose e dalle continue e mirate vessazioni e umiliazioni da parte del capo reparto.
Infatti, l’attrice era stata costretta a lavorare ad una macchina entro uno spazio angusto e chiuso tra cassoni e macchinari, e isolata dai colleghi.

Dal punto di vista giuridico, pur in assenza di una legge specifica sul mobbing, nel nostro ordinamento esistono diverse norme, costituzionali, civilistiche e penali che, permettono di difendersi dai comportamenti persecutori che avvengono  in ambito lavorativo.

La nostra Costituzione riconosce la tutela della salute come diritto fondamentale dell’uomo; prevede la tutela del lavoro in tutte le sue forme.

Sotto il profilo civilistico, quanto alla tutela, occorre prima di tutto distinguere le ipotesi in cui l’autore del mobbing è il datore di lavoro da quelle in cui i comportamenti persecutori vengono posti da un collega della vittima. In questa seconda ipotesi, l’autore delle violenze psicologiche potrà essere chiamato a rispondere per responsabilità extracontrattuale:che ricorre nel caso in cui una persona provoca un danno ingiusto ad altra persona (ex art. 2043 c.c.). Quando invece l’autore delle violenze psicologiche è il datore di lavoro risponderà per inadempimento al contratto di lavoro. L’imprenditore, (ex art. 2087 c.c.) è tenuto ad adottare nell’impresa tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore. Per essere risarcito il lavoratore dovrà provare la condotta illegittima ed il nesso tra l’inadempimento delle misure  previste dalla legge ed il danno subito, mentre a carico del datore di lavoro rimane la prova di aver operato secondo le disposizioni di legge.

Il mobbing può provocare anche un danno alla professionalità del lavoratoresi verifica quando il lavoratore non ricopre l’incarico di lavoro per il quale era stato assunto. Il lavoratore assegnato a mansioni inferiori o lasciato del tutto inattivo può, infatti, chiedere al giudice del lavoro (ex art. 2103 c.c.), non solo di accertare l’illecito e di dichiarare la nullità dell’atto datoriale invalido, ma anche di essere reintegrato nelle mansioni precedentemente svolte o in mansioni equivalenti.

Un’ importante novità è rappresentata dal fatto che anche l’ Inail ha cominciato a considerare il mobbing come malattia professionale, infatti è stato inserito nella  categoria delle malattie professionali non tabellari, cioè non comprese nelle tabelle. Quindi il lavoratore potrà chiedere il risarcimento del danno anche al suddetto Istituto.

Una delle modalità tipiche attraverso cui si possono realizzare comportamenti persecutori inquadrabili nel mobbing sono certamente le molestie sessuali commesse dal datore di lavoro, dal superiore gerarchico o da collegi . E’ opportuno ricordare che per molestie sessuali si devono intendere, oltre che i veri propri tentativi di molestia e gli atti di libidine violenta, anche i corteggiamenti indesiderati e le c.d. “proposte indecenti”. Interessante a questo proposito è ricordare la definizione di molestia sessuale contenuta nel codice di condotta, allegato alla raccomandazione della Commissione Europea, che definisce la molestia sessuale ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale o qualsiasi altro comportamento basato sul sesso che offende la dignità degli uomini o delle donne nel mondo del lavoro.

Le condotte di mobbing possono integrare, nei casi più gravi, anche responsabilità di tipo penale.

Come difendersi dal mobbing

Le regole che bisogna seguire quando ci si accorge di essere una possibile vittima del mobbing:

  • abbiate pazienza: è la prima regola da seguire. Il viaggio contro il mobbing è lungo, duro e difficile, organizzatevi per una lotta nella quale, alla fine, sarete voi i vincitori;
  • non cedete allo scoramento ed alla depressione: voi siete solo un capro espiatorio di una situazione che non dipende da vostre colpe;
  • non pensate alle dimissioni: la prima cosa alla quale un mobbizzato pensa è quella di fuggire e di liberarsi dalla situazione stressante, abbandonando il lavoro. Ricorrete ad un periodo di malattia solo per il tempo strettamente necessario: utilizzate preferibilmente i periodi di ferie non godute o i recuperi orari;
  • non pensate di essere gli unici: siete solo uno dei tanti;
  • organizzatevi per resistere: la messa in atto di azioni mobbizzanti nei vostri confronti, costa alla vostra azienda attorno al 190% della vostra retribuzione annua lorda. 
  • raccogliete la documentazione delle vessazioni subite: è necessario che voi documentiate nel modo migliore possibile le azioni mobbizzanti messe in atto nei vostri confronti;

Pertanto:

  • trovate colleghi disposti a testimoniare (anche se è difficile……..);
  • tenete un diario di ogni azione mobbizante contenente: data, ora, luogo, autore, descrizione, persone presenti, testimoni.

Tenete un resoconto delle conseguenze psico-fisiche sul vostro organismo delle azioni mobbizzanti (il mobbing fa ammalare: i sintomi di questa malattia possono essere psichici (ansia, depressione, attacchi di panico, etc.), fisici (insonnia, emicrania, cefalea, dolori muscolari, precordialgie, palpitazioni cardiache, acidità gastrica, tremori, mancanza d’appetito, appetito eccessivo, diminuzione della potenza e del desiderio sessuale, etc.) e del comportamento (perdita dell’autostima, mancanza di fiducia in se stessi, senso di inutilità, etc). Questo vi faciliterà nel documentare il danno biologico che il mobbing ha determinato su di voi, al fine della richiesta di risarcimento dei danni psico-fisici (lesioni personali).

 Mettete in forma scritta e fate protocollare o spedite per raccomandata A.R. ogni vostra richiesta:

  • Non vi isolate: coltivate le vostre relazioni sociali, frequentate gli amici, rinsaldate i rapporti familiari spesso impoveriti dal punto di vista affettivo e sessuale.
  • Denunciate il mobbing: è questa una attività da attuare con ponderata attenzione, evitate che le denuncie possano esporvi a ritorsioni, o possibili querele per diffamazione.
  • Scrivete la storia del vostro mobbing. Siate il più concisi possibile.Divulgate all’interno dell’azienda le vostra situazione. – Iscrivetevi ad una associazione contro il mobbing.
  • Ricorrete alle vie legali, nella scelta tra procedimento penale e/o civile, (causa di lavoro, risarcimento del danno biologico), preferite dapprima il procedimento civile. 
  • Rivolgetevi ad un buon avvocato cha abbia già trattato cause di mobbing, che sicuramente non abbia legami con la vostra azienda.
     Chiarite subito gli obiettivi che intendete raggiungere (danno biologico, demansionamento, reintegra nel posto di lavoro, patteggiamento, risarcimento dei danni, etc.) e le strade da percorrere.

Mobbingultima modifica: 2007-12-05T16:40:00+00:00da meri_72
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3 pensieri su “Mobbing

  1. In effetti credo che il mobbing in fase embrionale possa chiamarsi genericamente “atteggiamento tossico” su cui è fondamentale vigilare, potersi confrontare per mantenere lucidità e senso critico sulla situazione. Ci sono le strade per combattere il mobbing, ma c’è un’area grigia difficile da evidenziare dove l’interpretazione degli eventi è fluida e su questo il persecutore può giocare. Arrivare alle vie legali è già una sconfitta, perché a quel punto di solito è passato del tempo, c’è già stata sofferenza e anche nei casi di vittoria e risarcimento quello che è stato tolto in termini di serenità e autostima nessuno può restituirlo. Come sempre la strada vincente dovrebbe passare per la prevenzione.

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